Il 3 settembre 2026 James Maisiri, dottore di ricerca in sociologia industriale all'Università di Johannesburg, ha raccontato su Rest of World un'offerta di lavoro che ha lasciato cadere. Finito il dottorato, si preparava a una carriera accademica. La prima proposta è arrivata invece da un recruiter, che lo invitava ad addestrare un sistema di intelligenza artificiale a preparare verifiche, insegnare a studenti universitari e correggere elaborati. "In breve, mi si chiedeva di trasferire all'AI tutto quello che avevo imparato nell'ultimo decennio", scrive.
La paga era di 600 rand l'ora (37 dollari), in un Sudafrica dove il salario minimo nazionale è di 30,23 rand l'ora e la disoccupazione giovanile era al 47,4% nel secondo trimestre del 2026. Maisiri ha accettato il colloquio. Lo ha condotto per 45 minuti un'AI, che poi gli ha suggerito di ripetere una parte della prova. Lui ha lasciato perdere.
Sempre più persone, scrive, vengono assunte per addestrare i sistemi che un giorno faranno il loro lavoro, e piattaforme come Outlier, Mercor e Surge reclutano medici, avvocati e ingegneri. A Maisiri chiedevano di cedere anche il giudizio maturato in anni di insegnamento. "Che cosa significa per noi consegnare a una macchina il giudizio che definisce il nostro carattere e le nostre professioni?", si chiede.
Nella scrittura la domanda diventa chi abbia scritto davvero un testo. Bryan Cantrill, cofondatore e CTO di Oxide Computer Company, ne ha parlato in un post uscito su LinkedIn l'11 novembre 2025 e poi sul suo blog, con il titolo "Your intellectual fly is open", hai la patta intellettuale aperta.
Chi usa un LLM per scrivere un post, sostiene Cantrill, crede di produrre un testo credibile, mentre chi ha già letto contenuti generati ne riconosce subito i segni. "Molti se ne accorgono, ma nessuno lo fa notare". Lui resta con il dubbio su cosa sia reale e smette di leggere, come molti altri. Il suo consiglio è avere fiducia nella propria voce e scrivere da sé i propri contenuti.
Nell'editoria il dubbio sull'autore ha già un prezzo. A fine luglio, racconta Fast Company, gli agenti di un esordiente hanno ritirato il suo giallo, conteso da quattordici case editrici; l'offerta vincente valeva all'autore un contratto da 2 milioni di dollari. Il motivo erano voci sull'uso dell'intelligenza artificiale nella scrittura, che l'autore nega.
Fast Company usa il caso per spostare la domanda. Chi compra un romanzo, riconosce l'articolo, compra anche la persona che lo ha scritto. Nel lavoro d'impresa, sostiene, la domanda utile è "per cosa hai usato l'AI?". Le questioni di autenticità, conclude il pezzo, vanno lasciate agli artisti e ai loro mecenati.
Resta da capire perché il lavoro pesi tanto sull'identità di chi lo fa. Jacobin guarda alle università d'élite americane, dove il superlavoro diventa una virtù. Il motto degli studenti dell'Università di Chicago è "Where fun goes to die", dove il divertimento va a morire, detto con toni ironici, fra accettazione e autocompiacimento. "Molti studenti sono spinti a definirsi in base a come l'università li ricompenserà", ha detto lo studioso e critico culturale Henry Giroux.
Maisiri avrebbe voluto poter dire che la sua è stata una scelta di principio. Ammette di ignorare ancora perché abbia lasciato perdere. "Forse capirò meglio con il tempo", conclude. "Intanto continuo a cercare un lavoro accademico, per insegnare agli studenti invece che all'AI".
Articolo aggiornato il 30 settembre 2026 per correggere l'identità dell'autore del racconto su Rest of World, un sociologo presentato come ingegnere software, tre citazioni assenti dalle fonti e la data del testo di Bryan Cantrill, che risale al 2025.