Oltre 4.000 addetti dell’assistenza clienti in appalto, da giugno 2026, sono coinvolti in accordi di ammortizzatori sociali. Lavorano in due aziende di call center, Luo e Teknocall, e gli accordi sono stati firmati, scrivono Slc Cgil, Fistel Cisl e UilFpc Uil, “a causa dei continui cali di volumi di attività”. Sono i sindacati di categoria delle tre confederazioni, e lo dicono nel comunicato unitario del 13 ottobre. Il conto, però, non si ferma qui: in vista della fine dell’anno sono stati annunciati altri 1.500 esuberi tra Konecta Italia e System House, altre due aziende del settore.
Per l’11 novembre gli stessi sindacati hanno proclamato uno sciopero di un’intera giornata in tutto il comparto CRM/BPO (Customer Relationship Management e Business Process Outsourcing), cioè le aziende a cui altre imprese affidano l’assistenza ai propri clienti e una parte dei processi aziendali. Dicono di essere arrivati allo sciopero dopo aver chiesto più volte al governo, invano, un tavolo interministeriale sul settore.
Il comunicato indica anche a cosa sono riconducibili le eccedenze, cioè il personale che le aziende dichiarano in più rispetto al lavoro disponibile. “Le ragioni economiche, organizzative e produttive alla base delle eccedenze dichiarate sono riconducibili al calo dei volumi di attività legato all’introduzione di processi di automazione e di sistemi di intelligenza artificiale, oltre al persistere della delocalizzazione delle attività all’estero”. La frase mette insieme due cause, l’automazione con l’intelligenza artificiale e la delocalizzazione, e lascia aperto quanto pesi ciascuna.
Dietro i numeri ci sono persone, e per loro un accordo di ammortizzatori sociali sposta una parte del reddito dalla busta paga a uno strumento di sostegno. In diverse aziende del comparto, secondo i sindacati, è a rischio anche la regolarità degli stipendi. Sono imprese che segnalano “difficoltà di tenuta finanziaria a causa del perdurare della crisi di volumi, e quindi di fatturato”.
Due vertenze aperte da tempo mostrano dove può arrivare questa strada. Konecta R e Callmat, aziende con circa 1.500 lavoratrici e lavoratori in Basilicata, Calabria e Sicilia, hanno da circa due anni due tavoli di crisi ministeriali che, scrivono i sindacati, “producono esclusivamente misure tampone ed ammortizzatori sociali sempre con percentuali maggiori”. Ora, secondo i sindacati, si rischia la chiusura delle due aziende.
Il 14 ottobre Riccardo Saccone, segretario generale di Slc Cgil, ha annunciato che la ministra del Lavoro Marina Calderone e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso hanno convocato il tavolo di settore per il 12 novembre, il giorno dopo lo sciopero. Saccone chiede riprofessionalizzazione, strumenti e risorse per la transizione professionale e il rispetto delle regole sui sistemi di intelligenza artificiale nei call center e in tutto il settore. E aggiunge che è necessario “responsabilizzare su questi temi le grandi committenze, specialmente quelle pubbliche, per la tenuta occupazionale dei call center”. Le committenze sono le imprese e gli enti che comprano il servizio e lo affidano in appalto. È a loro che Saccone chiede di rispondere.
Sappiamo che per secoli il lavoro è stato l’ancora del reddito, dell’identità e del tempo di chi lo svolge. Quando una parte di quel lavoro si riduce, il reddito è la prima cosa a chiedere una risposta, e nei call center in appalto la risposta, per ora, è l’ammortizzatore sociale.
Se i volumi di attività dovessero continuare a calare, resta da capire chi si farà carico, sul piano economico, delle persone che le aziende dichiarano in eccedenza: l’impresa che le impiega, quella che ha affidato loro il servizio, la collettività? È una domanda che si presenta oggi a chi decide su altre persone, anche fuori dal settore dei call center.